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Da una parte Carlo III, erede di una corona che oggi amministra il prestigio di una tradizione sontuosa. Dall'altra Donald Trump, che re non è per definizione costituzionale
C'è qualcosa di squisitamente surreale nel vedere il sovrano britannico varcare la soglia della Casa Bianca per incontrare il presidente degli Stati Uniti. Da una parte Carlo III, erede di una corona che oggi amministra il prestigio di una tradizione sontuosa. Dall'altra Donald Trump, che re non è per definizione costituzionale, ma che ha fatto della personalizzazione del potere una cifra stilistica così marcata da attirarsi accuse, respinte con vigore, di aspirazioni monarchiche. Il paradosso si addensa nel contesto: Trump, reduce dalle polemiche alimentate dalle marce "No Kings", ha rifiutato con ostinazione ogni parallelo con una figura sovrana, arrivando a collegare il tentato attentato subito pochi giorni fa a proprio a questo clima politico. Eppure eccolo lì, a incontrare un re vero, anche se di un regno ormai quasi simbolico. Come se la storia avesse deciso di giocare con gli specchi: il monarca costituzionale che non governa e il leader democratico accusato di voler governare troppo. Ma dietro l'ironia, i rapporti di forza raccontano una storia meno ambigua. Se il Regno Unito è stato il padre, l'antico centro di un sistema globale, gli Stati Uniti ne sono il figlio che ha preso il suo posto, assumendosi il ruolo di garante degli equilibri occidentali. Un passaggio di consegne consumato nel Novecento, tra guerre mondiali e leadership economica, che oggi appare quasi naturale. E qui l'ulteriore contraddizione. Trump, pur rappresentando il paese che guida l'Occidente, si comporta come chi tenta di sottrarsi al peso stesso di quel ruolo, un fuggiasco poco incline ad abitare quel ruolo fino in fondo; Carlo III, al contrario, non potendo sottrarsi a nulla, è prigioniero di un ruolo che non ha il potere di cambiare.






