Abbiamo intervistato Huber Matos Junior, figlio di Huber Matos (1918-2014), comandante della Rivoluzione Cubana diventato poi uno dei primi grandi dissidenti del regime. Matos combatté insieme a Fidel e Raúl Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos contro Batista, per poi diventare uno degli oppositori più fermi del sistema nato da quella rivoluzione. Critico verso l’infiltrazione comunista, rassegnò le dimissioni nell’ottobre 1959 con una lettera a Fidel, accusandolo di tradire gli ideali democratici. Arrestato subito dopo, fu condannato a 20 anni di carcere durissimo. Liberato nel 1979, si esiliò a Miami e continuò fino alla morte a denunciare il regime castrista, diventando simbolo della dissidenza e per questo accusato da L’Avana di essere un agente della CIA.
Signor Matos, quando fu il momento preciso in cui suo padre capì che Fidel Castro non avrebbe mai mantenuto la promessa di elezioni libere e di un governo aperto a tutte le forze democratiche?
«Sì, ci fu quel momento. Poco tempo dopo il trionfo rivoluzionario del primo gennaio 1959, Fidel invitò mio padre a partecipare a una cerimonia. Una volta terminata la cerimonia, lui e Fidel partirono insieme verso L’Avana nella stessa automobile e, durante il viaggio, Fidel raccontò a mio padre una serie di problemi che il "governo" stava affrontando. Come parte del rimedio, mio padre gli disse: "Fidel, ricordi la promessa che facesti quando combattevamo, che i lavoratori avrebbero avuto una percentuale degli utili?". Fidel rispose: "Huber, non si può, perché dopo la libertà economica chiederanno la libertà politica". Mio padre rimase colpito da una risposta in cui Fidel esprimeva la sua inclinazione a intraprendere la strada di un sistema senza libertà».






