Quella dell’energia non è ancora un’arma spuntata per la Russia, che da un lato è riuscita a riaprire al suo petrolio le porte dell’Europa– con flussi verso Ungheria e Slovacchia che giovedì 23 sono ripresi, dopo un’interruzione durata oltre tre mesi – e dall’altro ha trovato il modo di sbarrare l’ingresso in Germania alle forniture che dal Kazakhstan raggiungevano la raffineria tedesca più grande.
L’impianto è la PKC di Schwedt, che produce il 90% dei carburanti consumati nell’area di Berlino e del Brandeburgo, in cui vivono circa 6 milioni di persone, e da cui proviene il cherosene destinato all’aeroporto della capitale tedesca. Un dettaglio non irrilevante quest’ultimo, visto l’allarme con cui si guarda a possibili imminenti carenze di jet fuel nel Vecchio continente, legate al protrarsi della guerra nel Golfo Persico.
Dopo indiscrezioni diffuse inizialmente dalla Reuters, sia Mosca che Astana hanno confermato che a Schwedt non arriverà più greggio kazakho a partire dal 1° maggio: i flussi – con cui Berlino aveva sostituito forniture russe, a coprire circa il 20% del fabbisogno della raffineria – saranno deviati su altre rotte, che tagliano fuori la Germania.
La decisione è stata giustificata con imprecisate «ragioni tecniche», ma sembra davvero difficile non attribuirla a una scelta politica, non fosse altro che per il timing: proprio in coincidenza con il via libera al maxi prestito Ue all’Ucraina – rimasto a lungo bloccato dal veto dell’Ungheria, sotto la guida del premier Viktor Orban da poco sconfitto alle elezioni – e mentre ritorna in funzione l’oleodotto Druzhba, colpito nel tratto ucraino e rimasto fermo da gennaio, con Budapest che ha più volte accusato Kiev di ritardare di proposito le necessarie riparazioni.











