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La destra è andata al governo in Italia e cresce in Europa. E il governo è il luogo in cui le culture politiche o si temprano o si dissolvono
C'è un momento, nella storia di ogni cultura politica, in cui essa deve scegliere se diventare tradizione viva o museo di se stessa. La destra italiana, e più in generale quella europea, sta attraversando quel momento con una curiosa combinazione di euforia e cecità.
Il problema non è la mancanza di idee e tanto meno la mancanza di maestri. Del Noce, Schmitt, Eliot, Scruton. Von Hayek, Von Mises, Popper. Croce, Longanesi, Prezzolini. Un pantheon eccellente, estremamente vario, che trova la sua ragione d'essere nella convinzione comune che il conservatore, come diceva Prezzolini, sia l'uomo del dopodomani, che ci porterà nel futuro senza cadere nell'abbaglio del progressismo. Qualcosa si muove. Esiste una generazione di intellettuali che prova a fare sul serio: a ragionare sul limite della tecnocrazia, a difendere la sovranità senza scivolare negli errori del Novecento, a recuperare il senso del sacro senza consegnarsi ai bigotti. Il problema è tradurre tutto quanto in politica. La destra è andata al governo in Italia e cresce in Europa. E il governo è il luogo in cui le culture politiche o si temprano o si dissolvono.






