Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 11:13
Nicole Kidman ha dichiarato di voler diventare doula di fine vita dopo aver vissuto da vicino la morte della madre, raccontando quanto la solitudine dell’ultimo tratto possa rivelarsi più grande persino dell’amore familiare quando il tempo, il lavoro e la fragilità umana mostrano i loro limiti. La sua scelta, nata da un’esperienza privata, ha il merito di portare sotto i riflettori internazionali una figura ancora poco compresa, spesso confusa o relegata a margine: quella di chi accompagna la soglia senza medicalizzarla, senza sostituirsi ai sanitari, ma restituendo presenza, ascolto e orientamento umano.
Kidman ha parlato del bisogno di qualcuno capace di “stare”, imparzialmente, accanto al morente e ai suoi cari. E proprio qui si apre una questione che va oltre la notizia.
Perché una star globale sente il bisogno di formarsi in questo ambito? E soprattutto, cosa ci dice questo desiderio sulla nostra società? Forse ci obbliga a riconoscere qualcosa che ancora fatichiamo ad ammettere: non basta curare o prolungare, non basta organizzare. Alla fine della vita serve anche una competenza relazionale profonda, una alfabetizzazione emotiva e simbolica che in molti Paesi sta crescendo, mentre in Italia è ancora troppo spesso percepita come accessoria.








