Il presidente del governo spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, non ha resistito alla tentazione di distinguersi, nel messaggio con il quale ha condannato l’attentato di Washington ai danni di Donald Trump: «Condanniamo l’attacco. La violenza non è mai la strada. L’umanità avanzerà solo attraverso la democrazia, la convivenza e la pace». Leggendolo in filigrana, è chiaro che quel riferimento alla «pace» marchi la distanza con il capo della Casa Bianca, con il quale le polemiche sono all’ordine del giorno viste le divisioni sul “dossier Iran”. Come a dire: caro Donald, quanto accaduto va inserito in un contesto di «guerra» di cui tu sei il responsabile. Ma tant’è: Sánchez, uno dei rappresentanti della sinistra mondiale, seppure in pessimi rapporti con il presidente americano, il minimo sindacale l’ha fatto.
Come il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, che ha espresso «solidarietà» al tycoon con queste parole: «La violenza politica è un affronto ai valori democratici che tutti noi dobbiamo proteggere». E certo Lula non vanta la vicinanza che il suo predecessore, Jair Bolsonaro, ha da sempre con la famiglia Trump. Anche Keir Starmer non è, diciamo così, nella lista dei leader europei che “The Donald” ama di più. Tuttavia il primo ministro di Sua Maestà, vuoi per l’imminente visita di Re Carlo negli States, vuoi in ossequio alla special relationship che lega Londra e Washington, ha preso il telefono e ha chiamato il presidente degli Stati Uniti per ribadire il suo «sollievo» nel vedere Trump e la first lady, Melania, «illesi» dopo la sparatoria.









