Angelo Bonelli è un anarchico metodologico, un acrobata del significato, un illusionista del dibattito. Lo ricordiamo, recentemente, agitare in diretta tivù una bacchetta davanti alla mappa del Medio Oriente e concionare «Dov’è l’Egitto, sta su...» mentre vagheggiava una terra sconosciuta palesemente troppo a Nord. Non importa, Bonelli scompone e ricompone certezze, danza sulla carta geografica e surfa in bilico sul principio di non contraddizione. Non è politica, ma è grande intrattenimento. Ieri, però, ha avuto un eccesso di disinvoltura, ha affrontato un mare troppo mosso anche per lui. Sarà stata la trance agonistica da 25 aprile, l’ansia di essere oscurato dal compagno Fratoianni che nella gazzarra ideologica giocava in casa, fatto sta che il co-portavoce di Avs ha diffuso un’imprescindibile nota sull’affaire Zampolli. Paolo Zampolli è l’imprenditore, amico personale di Donald Trump e inviato del presidente per le partnership globali, che in un fuori-onda ovviamente puntualmente mandato in onda da Report non si è rivelato un cultore del Dolce Stil Novo, definendo una sua conoscenza «una di queste troie brasiliane, di queste razze bastarde brasiliane che sono tutte uguali, sono programmate per fare casino». Angelo Bonelli è convinto di incarnare il genio così come lo descriveva il Conte Mascetti nella saga di Amici Miei («fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione»), scorge un pertugio politico che non c’è, e ci si lancia a capofitto, con l’identico esito di tante intemerate social e televisive: sfracellandosi. «Quelli di Zampolli non sono solo gravi offese, ma insulti razzisti che andrebbero perseguiti». E proprio qui sta l’inaccettabile omissione.