AParigi, il G7 Ambiente si è aperto con un enorme elefante nella stanza: il cambiamento climatico. L’argomento che definisce il nostro tempo viene espunto per non urtare la linea degli Stati Uniti di Donald Trump, tornati a smontare pezzo dopo pezzo l’architettura multilaterale costruita negli ultimi decenni.

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Così, mentre si discute di oceani, biodiversità, desertificazione e risorse idriche, il cuore del problema resta fuori dalla stanza.

Eppure, dall’altra parte dell’oceano, nelle stesse ore, a Santa Marta in Colombia, 54 Paesi si sono riuniti per costruire una traiettoria concreta, imperfetta ma necessaria, per uscire dai combustibili fossili. Due consessi, due lessici, due visioni del mondo: da una parte la diplomazia che sottrae per non disturbare la volontà del capo, dall’altra la politica che prova ad aggiungere.

A Santa Marta, città simbolo delle ferite lasciate dall’industria del carbone, va in scena una conferenza globale che sembra fuori tempo massimo: mentre il mondo teme recessione, guerre e crisi energetiche, oltre cinquanta Paesi si riuniscono per discutere non se, ma come abbandonare i combustibili fossili.