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A cinquant'anni esatti dall’impresa di Adriano Panatta contro Warwick, gli Internazionali d'Italia scaldano i motori per l'edizione 2026
C'è un profumo antico che ascende dalla terra battuta del Foro Italico in queste ore, un effluvio umido di mattini romani e di promesse da mantenere. Mentre i cancelli si preparano a offrire il loro clangore metallico per il torneo che prende il via martedì, le lancette della memoria si sintonizzano su un rintocco solenne. È il cinquantenario di un miracolo sportivo, l'anniversario tondo di una liturgia pagana che trasfigura la storia del tennis italiano. Internazionali d’Italia. Corre l'anno di grazia 1976, ma in quel martedì 25 maggio, all'inizio, non si intravede nemmeno un barlume di grazia.
Sul Centrale di Roma va in scena il primo turno. Da una parte della rete c'è Adriano Panatta. È il talento assoluto, il campione insolente del nostro sport, un predestinato che in casa, però, spesso si accartoccia sulle proprie paure. Dall'altra parte lo aspetta l'australiano Kim Warwick. Il sommo Gianni Clerici lo definisce «un bestione tutto stupore e ferocia», uno che palleggia con la violenza testarda di un coltivatore diretto. Il cielo è terso, ma sul Foro calano ben presto le tenebre del dramma.






