Alla soglia dei suoi settant’anni, Giacomo Poretti sceglie di rivelare un segreto che ha custodito per mezzo secolo. Lo fa in un’intervista ad Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera, ed è il racconto di un momento in cui ha letteralmente guardato in faccia la morte. Avvenne a Villa Cortese, il suo paese natale, quando aveva poco meno di vent’anni ed era attivamente impegnato in politica a sinistra (militò anche in Democrazia Proletaria, scoprendo anni dopo di essere stato nello stesso gruppo dell’ex ministro leghista Roberto Maroni). In piazza c’era un gruppo di una trentina di militanti. Un ragazzo di passaggio, ex compagno di scuola di Giacomo, rivolse loro un gesto ingiurioso, ricevendo in cambio un insulto.
“Quello torna indietro, mi grida: “Ripeti quello che hai detto!”, tira fuori una pistola e me la punta alla tempia“, confida Poretti al Corriere. L’istinto di sopravvivenza scattò in una frazione di secondo: Giacomo fece per disarmarlo, ma l’aggressore fuggì. “Non l’ho mai raccontato, perché mia madre sarebbe morta di paura. Ora che non c’è più, posso dirlo. Erano anni un po’ così”. Una fase di passione politica e tensioni sociali che per lui si chiuse definitivamente il giorno del rapimento di Aldo Moro: vedendo gli autonomi a volto coperto in piazza Duomo a Milano, realizzò che “con la violenza non si cambia il mondo, anzi lo si peggiora. Da lì cominciò un’altra vita”.






