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Ultimo aggiornamento: 6:23
di Roberto Iannuzzi *
Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump. Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).
Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina. In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili. Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli Usa sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.






