A volte capita di ricevere una notizia tanto inaspettata e spiazzante che il mondo intorno a noi si blocca, i pensieri si paralizzano, i confini tra la la realtà e il proprio palazzo mentale si fanno indistinguibili. Su questo fenomeno si sviluppa horror psicologico proiettato ai Midnight Screening dello scorso Festival di Cannes e da oggi in sala, trasposizione dell’omonimo videogioco indie. Diretto da Genki Kawamura e prodotto dalla Toho, è uno dei migliori adattamenti da videogame mai visti, una rilettura brillante che trasforma un gioco minimalista in una riflessione sulla mascolinità, sulle decisioni e sulle responsabilità. Il film si apre e si chiude sulle note del Boléro di Ravel, composizione di una ventina di minuti costruita su due soli temi musicali principali, ripetuti ipnoticamente. Sacro Graal della danza classica nelle coreografie di Béjart, è il tema di un'epica sequenza di Legion nonché l’anticipazione perfetta di cosa aspettarsi da Exit 8: l’ossessiva ripetizione di una situazione alterata da variazioni minime.Tutto inizia con un giovane uomo sulla metro di Tokyo diretto al lavoro, interpretato da Kazunari Ninomiya di Gantz e Assassination Classroom. È il tipico pendolare anonimo, e. un ometto insignificante e pavido, che finge di non notare un impiegato isterico che aggredisce verbalmente una donna indifesa con un bimbo piangente in grembo. Mentre esce dal vagone e si avvia verso il lungo corridoio che conduce all’uscita della metro, lo sconosciuto riceve la telefonata della sua ex, che dall'ospedale gli comunica di aspettare un bambino e gli chiede di prendere una posizione su cosa fare mentre la connessione telefonica diventa instabile e poi si interrompe. Quel momento corrisponde alla situazione che abbiamo descritto all’inizio: il giovane, messo di fronte a una decisione e alle responsabilità, si congela, si estrania, e nel farlo, e nel farlo non si accorge che il corridoio imboccato è sempre uguale, infinito, di un bianco abbagliante, spoglio se non per alcuni manifesti pubblicitari sui muri, delle porte e un cartello con delle istruzioni su come uscire raggiungendo l’Uscita 8. A intervalli regolari, un colletto bianco provvisto di valigetta incrocia il suo percorso, sempre lo stesso individuo.Il videogioco Exit 8 è un walking simulator minimalista, nel quale sei invitato a raggiungere l’uscita rispettando poche regole: trovare le anomalie – nel poster, nelle persone – tornare indietro quando le si è individuate. Se si sbaglia, si riparte dal livello Uno e bisogna rifare tutto da capo. L’ambientazione scarna e asettica, la ripetizione, la paranoia, la claustrofobia declinano Exit 8 nell'horror psicologico, ma Genki Kawamura, autore, sceneggiatore, regista e produttore di Yokohama dalla prestigiosa e poliedrica carriera (ha firmato in varie misure Your Name, Belle, A Hundred Flowers e Suzume) ha trasformato la fonte, avvalendosi di un’esecuzione inquietante, in una riflessione profonda e sorprendente. L’ossessiva ripetizione alla Ricomincio da capo della medesima situazione è sempre più straniante e aberrante. Genera quel tipo di paura angosciante che scaturisce dal terrore di essere impotenti verso un’esperienza di cui non si trova il senso e intrappolati in un luogo che non offre vie di scampo. O meglio, le offre, ma tu non sei sveglio abbastanza sveglio per coglierle.A prima vista la versione di Kawamura si inscrive nel sottogenere degli giochi rompicapo come The Cube o Alice in Borderland, spesso sviluppato intorno alle dinamiche tra i concorrenti, ma in questo gioco il protagonista è da solo ad affrontare un unico avversario: se stesso. Ciclicamente, compaiono un uomo con la valigetta, un bimbo silenzioso e una ragazza strana, ma la sua sfida è solo sua. Quel senso di inadeguatezza e claustrofobia è esasperato dalla regia che enfatizza i dettagli, indugia con inquadrature ravvicinate, spezza il silenzio con suoni sinistri, rendendo l’esperienza sempre più snervante. Quando la situazione esplode, siamo estremamente provati come il protagonista, soggiogati da un’esperienza immersiva e sfiancante, affascinati da come Kawamura ha saputo darle un significato profondo, un senso, partendo da uno spunto essenziale e procedendo verso la rivelazione di un’enigma, attingendo a una fantasia e un’intelligenza straordinari.Quando il protagonista è costretto ad affrontare l’orrore puro della sue paure inconsce, quel suo girare in tondo quasi all’infinito, raggiunge la velocità di fuga che gli serve per liberarsi e, finalmente, quell’esperienza è catartica; è la rappresentazione simbolica di quel coraggio e quel senso di responsabilità finalmente trovati che conferma come, alla fine, Exit 8 sia una parabola di formazione, il passaggio di un ragazzo immaturo a uomo che smette di aver paura di affrontare la vita. Tutto questo partendo da un videogioco su un lungo corridoio.
Da videogame minimalista a parabola sulla crescita personale, Exit 8 è un claustrofobico horror dalle inaspettate e profonde riflessioni
Realizzato da Genki Kawamura di Your Name e prodotto dalla Toho, il film giapponese presentato allo scorso festival di Cannes è uno dei migliori adattamenti cinematografici di un videogioco






