Undici anni per scoprire che il bersaglio era quello sbagliato. Per la precisione, che il presunto “re delle mazzette a colpi di biglietti” non era altro che un imprenditore travolto da un’inchiesta monstre. La Corte d’appello di Torino ha, infatti, messo il punto finale su “Bigliettopoli”: ricorso della procura inammissibile e assoluzione definitiva per Giulio Muttoni. Fine dei giochi. Anzi no: fine tardiva, dopo un decennio di macerie.
Perché nel frattempo Muttoni, patron della Set Up Live (quello che portava a Torino U2, Madonna e One Direction), è stato dipinto come il regista di un presunto sistema corruttivo fatto di favori e ticket omaggio. Risultato? Aziende fallite, cento lavoratori a casa, carriera azzerata. Ma tranquilli: era innocente. Intervistato dal Foglio, Muttoni è cupo: “Rimane l’amarezza di aver dovuto chiudere le società. Quando accadono queste cose le multinazionali ti mollano dalla sera alla mattina”. Tradotto: la sentenza arriva, ma la vita no. Il dato che fa sobbalzare è un altro: 38 mila intercettazioni in sei anni. Trentottomila. “Mi sembra un numero spaventoso”, dice Muttoni. E come dargli torto. Neanche Pablo Escobar, verrebbe da dire. Sei anni per capire che non c’era nulla. Un’insistenza maniacale. Nel mezzo, il caso parallelo dell’ex senatore Stefano Esposito: 500 conversazioni captate, nonostante fosse già noto il suo ruolo istituzionale. La Corte costituzionale parla chiaro: attività “univocamente diretta” a intercettarlo, in violazione dell’articolo 68.








