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Nella sua visita di mercoledì a Roma, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di droni, tra le altre cose. Ne ha discusso con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma soprattutto ne hanno discusso i suoi collaboratori insieme ai funzionari del ministero della Difesa italiano. Zelensky ha presentato quello che chiama Drone Deal, un accordo per condividere le competenze militari ucraine – che in quattro anni di guerra sono cresciute moltissimo – con le industrie della difesa dei paesi alleati in cambio di sistemi e armi che l’Ucraina non produce, come i missili Patriot.
Negli ultimi quattro anni l’Ucraina è diventata uno dei paesi più avanzati al mondo nella progettazione e nell’uso dei droni, sviluppati in parte per ridurre il numero di soldati da mandare al fronte e soprattutto per abbattere i costi rispetto ai sistemi di difesa aerea convenzionali. Semplificando molto: siccome l’Ucraina non aveva soldi per comprare missili intercettori, anziché lanciare missili molto costosi contro i droni russi come si era sempre fatto ha cominciato a lanciare droni contro i droni.
Dal 2022 sono state aperte numerose aziende che hanno sviluppato questo tipo di sistemi di difesa, e oggi l’Ucraina è in grado di produrre centinaia di migliaia di droni intercettori al mese. Una sola azienda, la General Cherry, ne produce 100mila al mese. L’Ucraina ha perfezionato anche altre tecnologie, come i sensori per il riconoscimento dei velivoli in avvicinamento e i sistemi di interferenza delle comunicazioni, che mandano i droni in confusione.











