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Terry, malato di schizofrenia, per primo aprì quegli orizzonti di possibilità che poi solo il cantante esplorò
Terry Burns entra nella stanza del fratello, posa un libro sul comodino e se ne va senza dire niente. David ha dodici, forse tredici anni. È sera, Brixton, fine anni Cinquanta. La stanza è piccola, il sassofono appoggiato al muro il regalo di Natale di quell'anno, ancora quasi intatto. Il libro è On the Road di Kerouac. David lo prende, legge le prime righe, non lo posa più. Da quella sera da quel libro, da quel sax, da quel fratello maggiore che entrava e usciva portando mondi inizia, in qualche modo, tutto. Major Tom, Ziggy Stardust, il Duca Bianco, Lazarus: tutta la mitologia bowiana ha una radice che scende fino a quella stanza, fino a quella mano fraterna che portava libri, dischi di jazz, nomi di scrittori maledetti, l'odore di un altrove possibile. Senza Terry Burns, David Jones non diventa David Bowie. O almeno, non quel Bowie.






