È una squadra affollata quella che ieri alla Fondazione Merz ha inaugurato la mostra “Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”, in collaborazione con Museo Egizio di Torino e Mah–Musée d’art e d’histoire di Ginevra.
È composta da figure importanti del mondo della cultura, dell’arte, della società democratica e civile internazionale.
Sembrano un presidio di cittadinanza e di comunità allargata, mentre li si ascolta parlare della mostra meravigliosa e necessaria che si è appena inaugurata in una Fondazione Merz divenuta una casa, una piattaforma di incontro e discussione che accende la luce su un aspetto della devastazione totale di Gaza, cioè la distruzione del patrimonio artistico del territorio palestinese. Chiariamo subito che quel patrimonio appartiene a tutti noi, non è una questione legata solo al popolo palestinese, perché la terra è di tutti i popoli, le radici genetiche e culturali si intrecciano nella notte dei tempi. Soprattutto in quella porzione di Medio Oriente che fu un crogiuolo nelle relazioni tra Africa, Asia e Mediterraneo, passaggio di rotte commerciali, religiose e culturali sin dal neolitico.
Beatrice Merz racconta che l’idea del progetto è nata da una chiacchierata con Paola Caridi e Tomaso Montanari, così il titolo “Il futuro ha un cuore antico”, preso dallo scrittore Carlo Levi, che mette a fuoco come cancellare il passato precluda il futuro. La cancellazione di un popolo si attua anche attraverso la distruzione del suo patrimonio artistico e culturale, cioè la sua memoria, le radici, spiega Montanari, «ma qui i reperti e le opere sono una dimostrazione tangibile di esistenza».






