La lezione del 2011 insegna che con i terremoti la prudenza, anche per le allerte, è sempre necessaria. Quando ci fu il terribile tsunami del 11 marzo 2011 in Giappone di magnitudo 9.1, due giorni prima venne rilevata una scossa 7.3 considerata foreshock, ossia una sorta di scossa di avvertimento al contrario di quelle di assestamento che avvengono dopo. Per questo, anche nel caso dell’attuale tsunami 7.7 che ha colpito il territorio nipponico, è corretta la massima allerta e attenzione, perché “con i terremoti e conseguenti tsunami non si può mai sapere. Anche se negli ultimi 15 anni in termini di allerta abbiamo fatto importanti passi avanti”, racconta Alessandro Amato, esperto di tsunami, oggi presidente del gruppo di coordinamento intergovernativo per il Sistema di Allarme Rapido e Mitigazione degli Tsunami dell’Unesco e membro del CAT-INGV.
Il Giappone è improvvisamente ripiombato nella paura tsunami. All’inizio si è parlato di possibili onde di tre metri, poi gli avvisi sono stati declassati ad allerte. Che rischi ci sono ora?
“Sì, l’allerta, per esempio per Hokkaido, è stata abbassata. Quando si emette un avviso il livello di possibile altezza delle onde viene subito dato per le zone più vicine all’epicentro e la faglia: in questo caso era tra 1 e 3 metri, un range intermedio, poi sopra i 3 diventa il massimo. Per fortuna non ci è arrivato: le onde registrate sono state di circa 80 centimetri. Ma attenzione: onde più grandi magari non sono state rilevate nei punti di misura lungo costa e non è detto che non possano arrivare in alcune località, magari dove c’è la foce di un fiume o una insenatura adatta, che non vengono calcolate dai mareografi. In quei casi potrebbero essere anche di oltre un metro. In genere vengono fatte misure ogni 30 chilometri lungo la costa ma poi le onde possono impattare in modo diverso in zone diverse”.













