Il caso del Teatro San Carlo non è una semplice vicenda napoletana. Se le accuse saranno confermate, siamo davanti a qualcosa di diverso: non un incidente, ma un possibile metodo. La cronaca, intanto, è chiara. La Procura di Napoli indaga su una dozzina di persone per ipotesi che vanno dalla truffa al peculato, con al centro circa duecentomila euro erogati sotto forma di masterclass, seminari e attività didattiche che, secondo gli inquirenti, non si sarebbero svolte. Un sistema che, sempre secondo l’accusa, avrebbe consentito di giustificare compensi altrimenti difficili da inquadrare. Ma il punto non è la masterclass in sé. Il punto è che la masterclass diventa, all’occorrenza, il luogo perfetto dove travestire un compenso. Una copertura elegante, culturalmente inattaccabile, difficile da verificare. In una parola: perfetta. Chi conosce il mondo dell’Opera sa che questo non è un fulmine a ciel sereno, perché da anni, dentro i teatri, circolano pratiche che abitano una zona grigia fatta di elasticità, consuetudine e reciproca convenienza.

Non è un caso che già un’altra indagine- la cosiddetta “Spartito” - avesse acceso i riflettori su rapporti opachi tra vertici teatrali, agenzie e scritture artistiche. Un fascicolo nato nel 2020 sul Teatro Regio di Torino che coinvolse, tra gli altri, l’allora sovrintendente William Graziosi e che prese avvio anche da segnalazioni provenienti dall’ambiente degli agenti lirici. Un procedimento nel quale sono circolati nomi importanti del settore, a conferma di quanto il perimetro fosse tutt’altro che marginale. Trasferito poi ad Ancona - dove, tra rinvii e complessità procedurali, è arrivato a un’udienza nel gennaio 2026 senza che da allora emergano sviluppi pubblici significativi. E questo, forse, è già di per sé un segnale.