Non è più una notizia, semmai una conferma. Il tennis italiano continua a riempire le finali del circuito, settimana dopo settimana, torneo dopo torneo. Cambiano i nomi, cambia il contesto, ma il risultato resta lo stesso: un azzurro a giocarsi il titolo. Si va oltre l’effetto trainante di Jannik Sinner, lanciando il segnale di un movimento che vince anche oltre il proprio numero 1. E questa settimana, il protagonista è Flavio Cobolli.

A Monaco di Baviera, l’azzurro ha firmato una vittoria che ha un significato che va oltre la finale conquistata. In primis perché ha battuto Alexander Zverev, numero tre del mondo e campione in carica, con un doppio 6-3 che non lascia spazio a interpretazioni, dominando per 69 minuti in cui il campo è stato tutto suo.

È la prima vittoria contro un top 5, è la quarta finale in un ATP 500 in carriera, la seconda stagionale, ma soprattutto è una vittoria che va oltre il punteggio, oltre i numeri, oltre l’aspetto sportivo, perché le lacrime a fine partita dicono tanto: non lacrime di gioia, ma di un’emozione che si porta dietro qualcosa di più profondo. Cobolli ha dedicato il successo a Mattia, un ragazzo di appena tredici anni del suo circolo scomparso nei giorni scorsi. È in questi casi che il tennis diventa un modo per ricordare, per portare in campo qualcosa che non si può spiegare con le statistiche. «Questa vittoria è per un amico che non c’è più, aveva solo 13 anni e se ne è andato troppo presto», ha detto a fine partita, con la voce rotta dall’emozione.