Dio solo sa perché, ogni volta che nella politica italiana c’è qualcosa di poco chiaro, spunta sempre la manina di Matteo Renzi. Che sia un abile e scaltro manovratore ce ne siamo accorti in più occasioni, ma che dal basso delle sue infinitesime percentuali al voto, riesca sempre, in un modo o nell’altro, a influenzare questo o quello, condizionando i partiti e finendo per diventare la stampella di qualche governo, resta un mistero.

Il consiglio comunale di Milano, alla fine, ha votato a favore della censura. Con 23 voti a favore, cinque contrari e tre astenuti, l’aula di Palazzo Marino ha approvato un ordine del giorno voluto dalla presidente Elena Buscemi del Partito democratico per esprimere «ferma condanna dell’Amministrazione nei confronti dei contenuti del Remigration summit».

Maxi multa dell’istituto di statistica alla società che deve raccogliere le informazioni: una sua rilevatrice avrebbe falsificato i questionari. Così è passato il concetto che il «patriarcato» sia un costume italiano.

«Se torturi i dati abbastanza a lungo confesseranno ogni cosa». La citazione di Ronald Coase, vecchio premio Nobel per l’Economia, rimane un baluardo contro la pretesa infallibilità del «data journalism», totem fideistico già messo a dura prova da certi deliri durante la pandemia, determinati da committenti interessati (case farmaceutiche), forzature sociologiche, condizionamento delle masse. Ma non avremmo mai immaginato di doverla aggiornare aggiungendo un quarto elemento di diffidenza: la falsificazione dei dati.