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Ultimo aggiornamento: 8:03

L’Italia non è un Paese per i bambini da zero a tre anni. A sostenerlo, attraverso la ricerca “Partire bene: i sistemi educativi per l’infanzia in Italia e in Europa”, presentata in queste ore, è la Fondazione Agnelli.

Il report ha comparato i servizi educativi per l’infanzia di Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Italia. La fotografia che ne esce è a tinte scure: oggi, dei cinque Paesi considerati, il nostro è quello con la minore offerta di posti di asili nido: circa 32 ogni 100 bambini sotto i tre anni, con lunghe liste d’attesa. Non solo. Mentre in Germania dal 2013 l’accesso ai servizi per l’infanzia è un diritto universale e in Spagna è integrato nel sistema educativo e garantito gratuitamente con un’offerta prevalentemente pubblica, da noi le rette a carico dell’utenza possono essere elevate, soprattutto nei servizi privati, molto diffusi con un peso relativo maggiore al Sud.

Altro tasto dolente: l’Italia non assicura continuità tra fine del congedo parentale dopo la nascita del figlio e l’accesso ai servizi dell’infanzia. Anzi, il gap temporale è il più ampio dei Paesi considerati. Nemmeno gli investimenti del Pnrr serviranno a risolvere il problema. “Le nostre analisi sui servizi educativi per l’infanzia in Italia e il confronto con gli altri Paesi europei – spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione – suggeriscono che per aumentare la partecipazione dei bambini e ridurre le disuguaglianze non sia sufficiente un’espansione dei posti. Quest’ultima resta ovviamente necessaria e presto vedremo se il Pnrr sarà davvero riuscito a diminuire almeno i divari territoriali. Non basta, però, a garantire una maggiore equità di accesso né a migliorare la qualità dei servizi: per questo, occorrono politiche rivolte ai criteri di accesso ai servizi, alla riduzione del gap fra congedo parentale e garanzia del posto, alla riduzione delle rette per le famiglie a più basso reddito, a meccanismi di monitoraggio e valutazione costanti”.