Bottino di utili multimiliardari per i colossi bancari americani: JP Morgan e Citigroup, primo e terzo istituto americano per asset, hanno messo a segno performance sopra le attese nel primo trimestre dell’anno, sull’onda dell’intensa attività di trading scatenata dalla guerra in Medio Oriente e grazie a raffiche di operazioni di investment banking. Assieme a Wells Fargo, hanno riportato collettivamente 27,53 miliardi di dollari di profitti, in aumento del 17 per cento.

A JP Morgan i profitti sono saliti del 13% a 16,5 miliardi, secondo miglior risultato di sempre, con entrate lievitate del 10% a 49,84 miliardi (e ricavi gestiti di 50,5 miliardi). Citi, che ha annunciato d’aver quasi completato protratti piani di riassetto e snellimento, ha messo a segno un’impennata degli utili del 42% a 5,79 miliardi e le revenue, salite del 14% a 24,63 miliardi, sono state le piùelevate da almeno un decennio. Goldman Sachs aveva già aperto la stagione dei bilanci riportando risultati rosei.

Ma la prova di forza dell’alta finanza è rimasta venata di dubbi. Il chief executive di JP Morgan, Jamie Dimon, da tempo di statista dell’alta finanza americana, ha affiancato alla performance un nuovo allarme. Se l’economia Usa oggi sembra reggere alle tensioni, «un complesso quadro di rischi» si aggrava e ha il potere di squassare l’ottimismo. Un quadro che comprende shock nei prezzi dell’energia e incognite geopolitiche, moltiplicate dal conflitto innescato da Donald Trump in Iran. Non mancano neppure nubi più tradizionali, da debito e deficit americani in aumento a bolle speculative. Di più, Dimon definisce i pericoli come «significativi», invitando ad essere pronti ad affrontarli, anche se indica che è difficile prevedere quando e come si materializzeranno. Il suo allarme ha fatto eco agli spettri di crisi globale sollevati ieri dal Fondo Monetario Internazionale agli incontri di primavera a Washington, qualora il conflitto mediorientale si protragga.