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Da Schlein ai grillini: "Roma come Budapest". Uno spauracchio propagandistico fin dal 2022
La «deriva ungherese» non era una deriva, insomma, o forse non era ungherese. È svanita in una notte l'ossessione propagandistica della sinistra. Svanita con le proiezioni elettorali, una telefonata del leader ungherese sconfitto e propenso a compiere quello che oggi appare un ordinato passo indietro. «Né un dettaglio, e neppure una cosa scontata» osserva con onestà intellettuale, merce rara, l'ormai ex ministro ulivista Arturo Parisi. E conviene che quella ungherese, dopo 16 anni di Viktor, era «illiberale ma tuttavia ancora democrazia. Altrimenti lo sconfitto avrebbe lasciato il Paese». Constatazione elementare.
Poteva infatti piacere o meno, il premier uscente. E non era un campione di liberalismo, probabilmente, ma neanche un dittatore.






