"Più rimpatri”, ha promesso Giorgia Meloni quando si è presentata in Parlamento dopo la clamorosa sconfitta al referendum. Ma in tre, che a casa vorrebbero tornarci e che hanno ispirato addirittura un accordo di cooperazione, sono ancora bloccati nelle carceri italiane.

“Registro questo video perché sono stanco, stanco di essere preso in giro. Diteci se finalmente ci riporterete in Libia o ammettete che non siete in grado di farlo”. Venerdì 10 aprile, carcere dell’Ucciardone, Palermo. Un video riapre un caso, che racconta molto non solo dei rapporti fra Roma e le due Libie, ma anche dei giochi di potere fra Tripoli e Bengasi, con l’Italia che stenta a decidere con chi fare sponda.

La protesta di Muhannad

Muhannad Nuri Khashiba, uno dei cinque calciatori libici partiti nel 2015 su un barcone da Bengasi per sognare una carriera sui campi europei e finiti in carcere con una condanna a trent’anni da trafficanti, parla per quasi quattro minuti davanti alla telecamera di un telefono. “Qui i cellulari girano e ho bisogno di lanciare un messaggio importante”, afferma. Annuncia lo sciopero della fame, poi si cuce la bocca. La sua – dice – è una forma di protesta. Contro le condizioni di detenzione, che racconta durissime, ma soprattutto contro il muro di silenzio seguito alle rassicurazioni su un celere rimpatrio. “Ci avete promesso di riportarci in Libia - lo si sente dire nel video - ma continuano a essere promesse: non lo chiedo per me, mia madre è già morta mentre io ero qui, ma Tarek e Hamad hanno ancora la speranza di rivedere i loro familiari vivi”.