Gli attacchi di Israele "contro la popolazione civile" in Libano sono "inaccettabili".
Non è piaciuto al governo di Benyamin Netanyahu il post su X con cui Antonio Tajani, in visita a Beirut, ha condannato i raid dell'Idf che dal 2 marzo scorso hanno causato oltre 2000 morti e 6700 feriti nel Paese dei Cedri.
Tanto che l'ambasciatore italiano a Tel Aviv, Luca Ferrari, è stato convocato per protesta dal ministero degli Esteri di Gerusalemme. Nello stesso tweet, corredato di foto accanto al presidente libanese Joseph Aoun, Tajani ha espresso "la solidarietà dell'Italia" al "Paese fratello che abbiamo nel cuore" e spiegato il senso della sua missione: "Incoraggiare il dialogo con Israele sulla base di un necessario e duraturo cessate il fuoco", offrendo anche di ospitare futuri negoziati di pace.
Ma alla vigilia dei primi colloqui diretti - a livello di ambasciatori - tra Israele e Libano a Washington, voluti da Donald Trump e accettati obtorto collo da Netanyahu, l'auspicato cessate il fuoco tarda ad arrivare: nonostante la tregua con l'Iran (che pure potrebbe finire da un momento all'altro, ha avvertito il primo ministro israeliano), Israele continua a martellare il sud del Libano con l'obiettivo dichiarato di eliminare i terroristi di Hezbollah che continuano a lanciare razzi e missili sul nord dello Stato ebraico. L'Idf ha affermato di aver ucciso almeno 100 miliziani filo-iraniani nella sola località di Bint Jbeil, strategica cittadina a 5 km dal confine, dove da domenica si concentra l'offensiva israeliana.












