«Non sono elezioni come le altre». Gli ungheresi si recano alle urne, oggi, per quello che è ritenuto il più importante voto nazionale dalla transizione alla democrazia nel 1990, che potrebbe chiudere 4 mandati di dominio ininterrotto del premier di ultradestra Viktor Orbán. Lo fanno esattamente 23 anni dal giorno in cui - anche allora era il 12 aprile - la popolazione votò a larghissima maggioranza, in un referendum, a favore dell'ingresso nell'Unione europea. Anche stavolta il rapporto con Bruxelles è il piatto principale, visto che Orbàn, 62 anni, si è conquistato sul campo la fama del leader anti-Ue per antonomasia, a suon di veti in occasione di ogni passaggio decisivo sull'Ucraina (dall'adesione all'Ue alle sanzioni contro Mosca) per via di una conclamata vicinanza alla Russia di Vladimir Putin, con cui - è emerso di recente - il suo cerchio magico avrebbe condiviso anche informazioni riservate.
Megafono della propaganda trumpiana anti-Ue e anti-immigrazione nel cuore del Vecchio continente, Orbán ha persino usato "Make Europe Great Again" - un riferimento smaccato al movimento "Maga" dell'ultradestra americana - come slogan quando l'Ungheria per un semestre ha avuto la presidenza del Consiglio dell'Ue, due anni fa.











