(di Manuela Tulli) Era il 21 aprile, un lunedì mattina e precisamente il Lunedì di Pasqua.
Il Vaticano annunciava al mondo, con un messaggio via telegram, che Papa Francesco era morto alle 7.35.
Fino al giorno prima era stato in piazza tra la gente per quell'ultima messa di Pasqua e il messaggio Urbi et Orbi. Ancora una invocazione alla pace per mettere fine a quella "terza guerra mondiale a pezzi", come lui la chiamava. Un ultimo abbraccio alla gente con il giro in papamobile dopo un ricovero che, tra bronchiti e polmoniti, lo aveva messo a dura prova. Era però tornato a Casa Santa Marta e quella tenacia, volere proseguire nonostante la necessità d'ossigeno e il fatto che la voce era di fatto prestata da altri, aveva forse fatto pensare che non era così vicino alla fine.
Bergoglio ha segnato un pontificato senza precedenti, all'insegna soprattutto della vicinanza agli ultimi. Ha sfrondato, dalle liturgie all'utilitaria scelta come vettura, gli aspetti più 'regali' di un pontificato e ha portato a Roma quella vicinanza alla gente più fragile che lo caratterizzava già quando era arcivescovo di Buenos Aires: poveri, migranti, e in generale "scartati" della società, come lui stesso li chiamava. Ha aperto le porte del Vaticano a 'cartoneros' e transessuali, a senzatetto e rifugiati, ai rappresentanti dei movimenti popolari e alle vittime di abusi. E ha portato una informalità nei rapporti, compreso quel linguaggio 'papale papale', arricchito da neologismi, da lui stesso inventati, o da espressioni gergali, che mai avevano varcato la soglia dell'austero Vaticano.






