Nell’Olimpo greco la successione non veniva certo decisa coi congressi e coi giochi di corrente dei signori delle tessere. Ce lo ricorda la storia di Zeus che, stanco dei banchetti cannibali del padre Crono, che trangugiava i suoi stessi figli, impugnò il fulmine e lo spedì nell’Oltretomba senza troppi complimenti. A Salerno, fatte le debite proporzioni, per carità, un copione simile si sta ripetendo tra i corridoi del Comune, dove Piero De Luca ha deciso di indossare i panni (un po’ scomodi) del figlio impegnato a rottamare il genitore (cui deve tutto, bisogna aggiungere per amore della verità). E così, senza troppo pensare, ha deciso di negare a papà Vincenzo il suo feticcio più caro, il simbolo del Partito Democratico per le prossime elezioni amministrative in programma il 24 e 25 maggio prossimi. Dunque, il logo dei dem sparisce dalla scheda dello “Sceriffo”, certificando un’anomalia politica che ha del clamoroso: il principale partito del centrosinistra si sfila formalmente proprio mentre il suo uomo più forte e rappresentativo tenta l’ennesimo ritorno in campo nella città che domina da oltre trent’anni.

Ormai è una specie di romanzo con De Luca senior contro De Luca junior: da una parte l’Enzo nazionale, custode del lanciafiamme e della retorica incendiaria anche contro il suo stesso partito, sopravvissuto alla stagione terribile del Covid e col sogno (mai tramontato) di fare le scarpe ad Elly Schlein e conquistare il Nazareno; dall’altra Piero il giovane che, forte del suo ruolo di deputato e coordinatore regionale, si è reso conto che la rinuncia (elettorale) al cognome avito val bene una poltrona (la sua).