Vittorio Messori, morto la settimana scorsa, sarebbe annoiato dai tanti articoli celebrativi. È molto meglio riflettere su ciò che lui ha significato nella parabola storica di un mondo cattolico che periodicamente, da 60 anni, scivola verso una situazione di subalternità, di suicidio culturale e identitario. Messori si è sempre opposto a quella ricorrente sottomissione avignonese della Chiesa alle ideologie e ai poteri progressisti che dal ’68 dettano legge. Dico “sottomissione avignonese” in riferimento alla cosiddetta “cattività” del XIV secolo, quando il Papato fu trasferito ad Avignone sotto il controllo del re di Francia.

Il “caso Messori” scoppia nel 1976 per Ipotesi su Gesù. Non era il primo libro che indagava attorno alla figura di Gesù e giungeva, attraverso un percorso razionale, all’adesione della fede. Infatti lo stesso Messori, nelle prime pagine, si dice debitore dell’opera di Jean Guitton. Ma a cosa si deve il successo del suo libro? Alla sua brillante scrittura giornalistica, all’intelligenza con cui andò a scavare, ma soprattutto al momento storico in cui uscì e alla sua personale vicenda. Messori infatti, dopo essersi formato nella Torino laica e razionalista, con Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio, si era un convertito al cattolicesimo. E oltretutto, da giornalista della Stampa, non si era accodato, dopo il ’68, al conformismo marxista come molti suoi colleghi. La sua vicenda personale era dunque in totale controtendenza rispetto a ciò che stava accadendo anche nella Chiesa, travolta dalla contestazione.