Il cinema dell’orrore di Tommy Wirkola in passato ci ha dato soddisfazioni migliori. Le storie di squali mangiauomini, appartenente al sottogenere degli animali assassini e al filone degli shark movie, in passato ci ha dato soddisfazioni indimenticabili. Thrash – Furia dall'oceano, da oggi su Netflix, al netto di un paio di scene divertenti, non offre niente di nuovo. Si può guarda lo stesso - in qualche modo il weekend bisogna pure trascorrerlo. Eh sì, serve un tocco di ironia e di indulgenza per avvicinarsi a questa pellicola ed evitare di sputare l’ennesimo giudizio avvelenato da critico spocchioso. Con tutta la clemenza possibile, un'osservazione pratica è inevitabile: un horror di serie B banale come questo è più adatto ai palinsesti notturni dell'Italia 1 degli anni '90 che a uno streamer a pagamento. Il buon Wirkola, il regista norvegese di Una notte violenta e silenziosa, non è un artista costante e alterna film deliziosi come quello sul Babbo Natale manesco, feroci come il cult nazi zombie Dead Snow o inquietanti come perfida commedia nera The Trip a pellicole mediocri come il sequel Dead Snow 2 o Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe.Thrash è ambientato in una cittadina costiera della Carolina del Sud che si prepara a sostenere il passaggio dell’uragano Henry. Un personaggio propone di ribattezzarlo Ted (come Bundy) perché sarà il più violento mai visto, ma noi pensiamo che “Henry, pioggia di sangue” sarebbe stato un soprannome fantastico. Tra i protagonisti si distinguono tre giovani fratelli già esperti di sopravvivenza grazie a genitori affidatari che li abbandonano puntualmente a se stessi; Dakota (Whitney Peak) è una ragazza che ha subito un lutto, Lisa (Phoebe Dynevor) è prossima al parto. Lo zio di Dakota è un biologo marino, Dale (Djimon Hounsou), giustamente preoccupato dall'arrivo di quella preannuncia la tempesta del secolo. A lui spetta l’unica battuta carina del film, in cui ci ricorda che i temutissimi squali di persone ne mangiano davvero poche: niente in confronto ai feroci e velocissimi ippopotami di fiume del suo paese d’origine, nell’Africa orientale. Dale però ricorda che l’unica volta che ha visto un di queste creature spaventate, è quando l'ippopotano ha incontrato uno squalo. Quel giorno ha deciso di diventare uno studioso di pescecani. Perché è così importante? C’entra uno squalo di sua conoscenza, ma niente spoiler.Thrash. (L-R) Alyla Browne as Dee, Dante Ubaldi as Will and Stacy Clausen as Ron in Thrash. Cr. Netflix © 2026.Courtesy of NetflixThrash funziona più come pellicola catastrofica come horror. Alcune sequenze del film, girato in Australia, specialmente quella (relativamente) iniziale dello tsunami (non siamo ai livelli di The Impossible, ma è ben girata) e quelle notturne a filo d’acqua sono discretamente spettacolari. Wirkola è un veterano, sa mantenere un ritmo compatto e serrato ma questa volta non riesce a mantenere la tensione: al posto di mangiarsi le unghie in attesa che dalle acque che inondano la città emerga uno squalo affamato, il pubblico si organizza mentalmente la spesa. Il film ha una classificazione di “non adatto ai minori di 16 anni” (negli Stati Uniti questo infonde il sacro terrore in distributori ed esercenti, perché equivale alla morte del box office). Lo sfoggia come se fosse una medaglia al valore, ma di così cruento da giustificarlo non c’è molto: un sacco di arti mozzati, sangue che si spande in pozze nell’acqua, sbudellamenti, il solito. Conoscendo gli americani – Thrash è Made in Us (e Australia) – è più probabile che il divieto sia da imputare alle imprecazioni dei protagonisti, più che giustificate quando cerchi di scampare a un uragano, alla pioggia battenti, ad auto e alberi che ti vengono addosso, a squali zannuti che strappano arti sott'acqua senza neanche farsi vedere.Le analogie con la gloriosa saga di Sharknado sono inevitabili ma in realtà… non ce ne sono: il film di Wirkola si prende abbastanza sul serio ed è un peccato, una buona dose di humour avrebbe giovato. L'umorismo presente è tendenzialmente involontario (l’esilarante scena del parto, la comparsa a sorpresa di una presenza familiare che avrebbe potuto rendere il film un cult). Con una trama inesistente (e i personaggi principali appaiono sempre magicamente al posto giusto), dialoghi banali, relazioni telefonate e nessun approfondimento dei protagonisti (non che sia essenziale) – Thrash ha tra i suoi pregi maggiori la breve durata, meno di novanta minuti. Si aggiunge la precisione con cui non perde tempo nel lanciare lo spettatore direttamente nel cuore del ciclone, prima di annegare nel servizio completo dei cliché del genere e nel déjà vu perpetuo. Non inveiremo contro un film catastrofico a basso budget girato in una pozzanghera, ma non si vedono squali abbastanza spesso per considerarlo uno shark movie.