Xi Jinping resta alla finestra sulla complicatissima partita Usa-Iran e intanto continua a tessere la tela anche su Taiwan.
Alla vigilia dei colloqui di Islamabad, con Pechino nell'ombra in pressing su Teheran, il leader cinese ha visto Cheng Li-wun, leader del Kuomintang, il principale partito di opposizione di Taiwan. Un momento storico, considerando che dal 2016 un leader del Kmt non incontrava i vertici di Pechino che cade in una data storica: il 10 aprile 1979 quando l'allora presidente Usa Jimmy Carter firmò il Taiwan Relations Act sui rapporti con Taipei.
Xi sul dossier mediorientale non si sbilancia e continua a restare dietro le quinte, giocando una partita a scacchi silenziosa. Per lui l'Iran non è solo un alleato ideologico, né un mero fornitore di idrocarburi. E' un tassello cruciale per le sue aspirazioni globali ma anche un tallone d'Achille, capace di far crollare l'intera impalcatura economica del Dragone.
La Cina compra circa l'80% del petrolio esportato dall'Iran e grazie alle sanzioni occidentali che hanno isolato gli Ayatollah, ha acquistato greggio per anni a prezzi scontati. Ed è lo snodo che collega l'Asia centrale, la Russia e il Medio Oriente: sulla carta un pilastro della Nuova Via della Seta. Ma sebbene l'Iran sia un partner importante, la Cina ha investito nelle monarchie rivali del Golfo e un conflitto fuori controllo che arrivi a bloccare Hormuz o distruggere le infrastrutture dei partner arabi, avrebbe un impatto sui suoi investimenti. Xi punta quindi a mantenere un Iran abbastanza forte da preoccupare gli Stati Uniti, ma che non faccia saltare in aria la regione.








