All'ufficio postale di Nyirbogat, tra strade dritte che tagliano campi piatti e case basse scolorite, Eva Szabo ha visto passare una vita: lettere, cambiali, pensioni.
Tremila anime nel nord-est dell'Ungheria e una sola porta a cui bussare: quella della sindaca, che è anche il medico di tutti, Ildiko Rizsak, moglie del deputato di Fidesz Miklos Simon. Da lei passano ricette, certificati di lavoro e favori che diventano voto. "Qui tutti hanno paura, si capisce subito da che parte bisogna stare", racconta Eva, oggi in pensione, indicando anche la casa di riposo accanto, dove niente si muove senza un cenno della prima cittadina. Una dipendenza sottile, che va oltre il clientelismo elettorale e mette a nudo "il prezzo del voto" - titolo di un documentario uscito a fine marzo - mostrando come il confine tra amministrazione e controllo finisca per dissolversi.
"All'inizio cercavamo soldi e pacchi alimentari in cambio della croce sulla scheda. Poi abbiamo capito: il denaro è soltanto la superficie, la parola chiave è vulnerabilità", osserva il regista del docufilm, Aron Timar, abbassando la voce come se il racconto avesse ancora bisogno di cautela. Chiede se la registrazione sarà usata, ma il suo monito è già arrivato in tutta l'Ungheria, scuotendo l'opinione pubblica alle porte delle elezioni.











