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Civitavecchia indagherebbe sui dispositivi sdoganati a Fiumicino

Luca Di Donna non vuol parlare con nessuno, «inutile insistere, ha il cellulare spento», dice al Giornale uno dei suoi amici. Il giorno dopo l'audizione in commissione Covid dell'imprenditore Dario Bianchi che lo chiama in causa come presunto «mediatore» con Palazzo Chigi grazie alla sua amicizia con Giuseppe Conte, lo ha ferito non poco l'ipotesi che possa aver lucrato dalle maledette mascherine raccattate durante la pandemia da Protezione civile e struttura commissariale da acquirenti nati all'improvviso. «Mi propose di risolvere i miei problemi in cambio di un contributo mascherato da consulenza, il 10% sulle forniture. Rifiutai e partirono controlli e sequestri», dice oggi il numero uno della Jc Electronics facendo riferimento a tre incontri della primavera 2020, con le stesse dinamiche già denunciate in Procura dall'umbro Giovanni Buini.

Conte lo ha scaricato da tempo, il leader M5s lo studio Alpa lo aveva mollato senza neanche ritirare le sue carte e maltrattando il suo ex capo con una vergognosa anticamera, di Di Donna il legale di Volturara Appula folgorato da Beppe Grillo dice di non volerne sapere più nulla dal 2018. Il suo scudiero in commissione Covid Alfonso Colucci sostiene addirittura che il legale romano «millanterebbe una particolare amicizia mai esistita». «Io scaricato? Parlerò a tempo debito», aveva promesso Di Donna al Foglio, evidentemente quel momento non è ancora arrivato. Eppure circolano notizie di nuove indagini che potrebbero coinvolgerlo, a Civitavecchia (tribunale competente su Fiumicino) ci sarebbe un nuovo filone per epidemia colposa per le mascherine farlocche comprate da Domenico Arcuri e allegramente sdoganate anche se con marchio Ce contraffatto e certificazioni dubbie, che forse spiegherebbero perché l'Italia ha avuto un tasso di mortalità altissimo nonostante due lockdown soprattutto tra medici e infermieri.