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Ultimo aggiornamento: 8:11

Ha atteso trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci. All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997, finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il 10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma – appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime, scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.