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9 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 8:02
Martedì 7 aprile il Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio ha pubblicato una sentenza sulla verifica dell’età sui siti porno che va a favore delle piattaforme: il regolamento redatto dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che come previsto dal Decreto Caivano tanto voluto dal Governo Meloni (era il 2023, nel Parco Verde di Caivano due cuginette vengono stuprate da un branco, per gran parte minorenne) prevedeva la verifica della maggiore età degli utenti, non può essere applicato ai maggiori siti con contenuti per adulti. Il motivo? Governo e authority avrebbero dovuto consultare prima i Paesi in cui le società hanno sede, poi la Commissione Europea. Pratica che il nostro governo pare restio a implementare sui temi digitali, materia concorrente con Bruxelles. Ora, avvertono alcuni parlamentari ed esperti, se il governo dovesse andare avanti anche con la sua proposta di Ddl sul controllo dell’età per i social network, si corre lo stesso rischio: aver perso tempo per creare norme inapplicabili.
La sentenza del Tar Lazio riguarda il ricorso di Aylo, la società con sede a Cipro che gestisce Pornhub, YouPorn e RedTube, i maggiori siti di contenuti pornografici. Per i giudici, la delibera dell’Agcom sull’obbligo di verifica dell’età non rispettava la direttiva europea sul commercio elettronico, che stabilisce il “principio del paese d’origine”. In sostanza, un’azienda che fornisce servizi online deve rispettare le regole del paese in cui ha sede, e gli altri Stati membri non possono imporle obblighi ulteriori se non chiedendo prima a quello Stato di intervenire e poi, solo in caso di inattività o inefficienza, notificare alla Commissione Europea la propria intenzione di procedere. E’ questo il motivo per cui l’obbligo, previsto entro lo scorso febbraio, non è mai stato implementato. L’obbligo resta invece valido per i siti con sede in Italia, pochi e spesso con utenze ristrette. Il Tar ha infatti respinto tutte le altre contestazioni di Aylo, sostenendo che non ci sia violazione del Dsa (il regolamento europeo sui servizi digitali), che in assenza di armonizzazione gli stati possano muoversi autonomamente e che la tutela dei minori è un interesse legittimo che può giustificare restrizioni, purché si rispettino le procedure previste. Secondo l’avvocato Giuliano De Luca, l’applicazione della norma è solo rinviata: “Il tribunale amministrativo ha contestato solo l’assenza dei passaggi procedurali, non la legittimità del divieto per i minori né l’obbligo della verifica dell’età in capo alle piattaforme”.







