La canzone “non è una cosa a sé: dipende dal mondo che viviamo. E oggi ci sono ragazzi, e tanti, che hanno il coraggio di seppellire sotto parole pesanti questo ritratto di mondo: che è diventato il ritratto di una fogna”. Eppure – spiega Roberto Vecchioni, che incanta una Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale strapiena, accolto tra gli applausi – la canzone è l’ultima forma di resistenza: “Non è un’opera, non è una definizione perfetta e assoluta dell’umanità. Ma è la piccola dimostrazione dell’attimo in cui senti un dolore o una gioia e lo comunichi agli altri”.
“La musica è una fantasia meravigliosa, va presa molto sul serio”, sottolinea Vecchioni: poeta, scrittore, cantautore, professore, “uomo molto amato”, come sottolinea Margherita Rubino in questo dialogo a tre, con il critico Paolo Giordano, che indaga il “Fenomeno cantautori. Una nuova stagione?”, per il secondo appuntamento del ciclo “Cantautori, Pop e Rap. Punti di vista” curato dallo stesso Vecchioni e da Margherita Rubino. “La cosa più bella – sottolinea Vecchioni - è comporre: la frase giusta che ti fa venire i brividi. Come quando sento una frase di Leonard Cohen, di Bob Dylan o di Bruce Springsteen, i miei eroi. Il cantore – ripercorre - è qualcosa di quasi sacro, esiste fin dalla preistoria: sta dentro alla realtà e al sogno e inventa. Penso a De André, a Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli. Non smettono mai di esserlo. Il cantante invece è participio presente: come Baglioni, o Cocciante: nel resto della giornata possono essere anche altre cose”.






