«Ogni ponte verrà fatto saltare in aria». Ed ancora «ogni impianto di produzione dell’energia verrà raso al suolo». Ed ancora «un’intera civiltà verrà distrutta» o comunque «riportata all’età della pietra». Il tutto entro un’ora precisa di un giorno preciso a meno che non sia ripristinata la libertà di navigazione lungo lo stretto di Hormuz. Il messaggio di Donald Trump è talmente urlato, talmente colorato talmente Wrestlemania da far praticamente passare inosservato quello che invece è accaduto ieri. Il racconto terribile di ciò che verrà fatto praticamente nasconde ciò che in realtà già accade. «Abbiamo un piano per distruggere l’intero Iran in quattro ore, tutte le centrali elettriche e tutti i ponti» è il messaggio che filtra dalla Casa Bianca.

Lo scopo dell’operazione sarebbe paralizzare l’intero paese lasciandolo senza energia elettrica e senza comunicazioni. Gli obiettivi sarebbero tre. Il primo è la centrale di Damavand, situata a nord-est di Teheran. Si estende su circa 193 ettari ed ha una potenza installata di 2.900 megawatt di elettricità. La seconda centrale elettrica più grande è Shahid Salimi a Neka, nella provincia settentrionale di Mazandaran. Ha una capacità installata di 2.214 megawatt. Infine, la terza, Shahid Rajai, si trova nella provincia settentrionale di Qazvin, con una capacità produttiva totale di 2.042 megawatt. In pratica queste tre centrali se viaggiassero a pieno regime produrrebbero - 60 miliardi di KWh. Più facile ipotizzare che producano intorno all’80% della loro capacità potenziale. Sarebbe oltre il 12% di quanto consuma giornalmente l’Iran. Il tutto concentrato in tre siti produttivi.