Sono numeri quasi raddoppiati quelli della triste conta delle vittime di valanghe dell'inverno appena trascorso: 136 i morti nell'area alpina, 66 in più rispetto alla stagione invernale 2024/25, quando le vittime furono 70.
Il numero più alto di decessi, secondo i dati raccolti dall'European avalanche warning services, è stato registrato questa stagione proprio in Italia, con 38 morti, seguita dalla Francia con 32 e l'Austria con 30. L'evento più fatale è stata la valanga di Cima Vertana, nel Gruppo dell'Ortles, inizio novembre con 5 morti.
"Non solo freeriders (gli appassionati del fuori pista, ndr.), il fenomeno trova la sua spiegazione in un fattore puramente tecnico che in nivologia si identifica con il nome di strati deboli persistenti", spiega Daniel Battocletti, previsore dell'Ufficio Meteorologia e prevenzione valanghe della Provincia di Bolzano. Si tratta di una situazione che trova la sua origine nelle scarse nevicate di inizio inverno, seguite da un periodo di freddo intenso e prolungato, registrato quest'inverno durante le prime settimane di gennaio. "Tale combinazione favorisce la formazione di uno strato debole con brina in superficie, localizzato soprattutto sui pendii, che viene a sua volta coperto da nevicate più recenti; il mancato consolidamento tra i due livelli impedisce al manto nevoso di compattarsi e stabilizzarsi. In questo scenario, il distacco può essere innescato anche dal minimo sovraccarico, come il passaggio di un singolo sciatore o escursionista", spiega Battocletti.






