Serena Rossi è in televisione, al cinema e pure a teatro con un recital su Napoli e su Netflix con Non abbiam bisogno di parole, remake italiano di La famiglia Bélier. E se oggi fa quello che fa lo deve prima di tutto alla sua professoressa delle medie, la signora Laganà. «Mi fece cantare alla recita di Natale, per me fu un’epifania – racconta in un’intervista a La Repubblica – Disse ai miei genitori “dovete aiutarla a coltivare questo dono”. Alberto Sironi si è battuto per avermi in Il commissario Montalbano, mi ha dato il coraggio di lasciare Un posto al sole, buttarmi in nuove cose, trasferirmi a Roma».
Poi confessa che le piace trasferire agli altri ciò che l’appassiona. «Ma sono affettuosa, non burbera. Nella vita la durezza con me non funziona». Quando le è capitano «l’ho presa male. Lo so, faccio un lavoro in cui tutti mi possono giudicare, ma almeno nel privato vomito tutta la permalosità e sono pure insopportabile». Diverso quando si parla di lavoro. «Sul lavoro: da fuori incasso elegante, dentro muoio, metto subito in pratica ciò che mi chiedono».
A La Rep racconta la sua più grande figuraccia: «Ho un gruppo di amici colleghi, Vittoria Puccini, direttori della fotografia, fonici. Una sera usciamo e c’è quello che io penso sia un produttore, chiacchieriamo e dico a questo tizio: “Siamo un bel gruppo, usciamo la sera a cena con Paolo Genovese”. E lui: “Ma Paolo Genovese sono io». I suoi ricordi di “Un posto al sole” sono legati all’incontro con il marito Davide Devenuto, «nei corridoi che sbroccava, nervoso perché gli era successa una cosa assurda e si lamentava. Io: ma chi è questo che è appena arrivato e già si lamenta? Mi sta antipatico… e invece siamo qua vent’anni dopo. Però, certo, sotto sotto già mi piaceva: occhio verde, capello al vento, ciao ciao».






