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La piattaforma Didon rientra in Zona Economica Esclusiva e Sar della Tunisia ma la Ong tedesca ha accusato l’Europa di aver “abbandonato” i migranti

La prassi ormai comune per le navi delle organizzazioni non governative, italiane o straniere fa poca differenza, è scegliere in quale porto sbarcare i migranti recuperati nel Mediterraneo. L’ultimo caso è quello della Ong Sea-Watch, tedesca, che dopo il blocco della nave più grande per violazioni del decreto Piantedosi, ha mandato in mare il piccolo peschereccio utilizzato per forzare le maglie della legge italiana. L’Aurora ha effettuato il servizio di recupero presso la piattaforma Didon di un gruppo di migranti che l’aveva raggiunta e aveva lanciato un Sos.

La piattaforma si trova a circa 75 chilometri (circa 40 miglia nautiche) dalla costa tunisina, oltre le acque territoriali del Paese africano ma ricadente nella sua Zona Economica Esclusiva (ZEE) e nella sua zona Sar. Quindi la competenza del recupero era in capo alla Tunisia in questo caso. Per giorni il Paese africano non si è apparentemente interessato e la nave Aurora di Sea-Watch è andata a prenderli. E qui è iniziata la solita sfida alle autorità italiane. “L'Aurora è partita da Lampedusa verso la piattaforma abbandonata Didon, dove Alarm Phone riferisce che 47 persone si sono rifugiate da giorni, bloccate con scarsità di cibo e acqua poiché nessun governo ha risposto alla loro richiesta di aiuto”, si legge nel messaggio inviato ieri mattina da Sea-Watch alle 12.16.