La Dichiarazione di Minneapolis. “Siamo qui per celebrare e difendere i nostri ideali, la democrazia, la nostra Costituzione e la sacra promessa americana”, ha detto Springsteen aprendo il concerto al Civic Centre il 31 marzo scorso. “L’America che amo, di cui ho scritto per cinquant’anni, che è stata un faro di speranza e libertà ovunque nel mondo, è adesso nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente, razzista, sconsiderata e traditrice”. Lì il Boss ha chiamato a raccolta il suo popolo: “Stanotte vi chiediamo di unirvi a noi nella scelta della speranza al posto della paura, della democrazia sopra l’autoritarismo, dello stato di diritto che deve prevalere sull’illegalità, dell’etica sulla corruzione sfrenata, della resistenza che deve vincere sull’autocompiacimento, dell’unità sulla divisione e della pace anziché della guerra”.

Ed eccolo, il primo colpo di maglio della ‘cavalleria’ di Bruce, una furente cover di ‘War’ ripresa da Edwin Starr e i Temptations, che il rocker del New Jersey non eseguiva live da 23 anni. La guerra “non serve assolutamente a niente, è amica solo del becchino”. Pallottole soul per una strategia di pace, viatico obbligato in una serata che lo aveva visto avvicinarsi al microfono invitando tutti, come primo atto, a “pregare per i nostri uomini e donne in servizio all’estero. Preghiamo per il loro ritorno sani e salvi”. ‘War’ è un sasso tirato nelle acque torbide della storia statunitense: Bruce la propose per la prima volta quarant’anni fa, accompagnandola allora con l’esortazione ai giovani “a non avere fede cieca nei vostri leader, perché finireste ammazzati”.