Quando ero giovane avrei voluto diventare come Epitteto. Uno che nulla possiede, ma tutto comprende». Paradossale che a pronunciare queste parole sia stato l’imperatore di Roma, l’uomo più potente al mondo e più vicino agli dèi, «l’uomo che possiede tutto, ma che non può permettersi il lusso di farsi domande». La prima contraddizione di una straordinaria esistenza, quella di Marco Aurelio (Roma, 121 – Sirmio 180), il filosofo divenuto imperatore, proprio come auspicava Seneca, nel 161 dopo Cristo, a quarant’anni esatti. L’utopia realizzata, l’ideale raggiunto: il mondo, per dirla con lo storico Renan, era governato da un padre, un uomo saggio, riflessivo e non presuntuoso. Erede nello spirito, nonché nipote, di Antonino, che per la sua integrità e dirittura morale fu definito «Pio», oltreché Optimus princeps, il migliore dei principi, «armato di pietà e saggezza». La stessa che dimostrò Marco Aurelio, offrendo di sé un’immagine di sovrano illuminato, attento ai problemi dell’impero e rispettoso dell’autorità del senato. Soprattutto consapevole che la gestione di un così vasto impero, piegato da anni di pestilenza e minacciato da quadi e marcomanni sul limes danubiano, rischiava di essere un’impresa per colui che sarebbe diventato un sacerdote dello stoicismo, chino sui libri, se Antonino non lo avesse fatto Cesare.