Il Paolo Mieli che non ti aspetti (più). Al Nazareno ieri mattina hanno sudato freddo alla lettura dell’editoriale di un giornalista di razza come lui. In pratica, ha fatto il bis del 2006 quando annunciò il suo voto a Romano Prodi: era l’elezione vinta dall’Ulivo per 24mila voti. Ora ha scartato Elly Schlein in favore di Giuseppe Conte e il trambusto è al massimo nel centrosinistra. Urla, strepiti e altro ancora nelle stanze della segretaria, «ma che gli abbiamo fatto di male», tutto il cerchio magico in lacrime. Certo, non tutti sono così disperati. Nel Pd c’è anche un rumore sordo proveniente da tutti quelli che vorrebbero fare fuori Elly. E hanno trovato un megafono potentissimo. «Conte è già stato premier», dicono sottovoce, lasciando intendere che c’è una differenza abissale con chi non si è mai cimentata nell’opera. Per ora i più ottimisti nel Pd si limitano a parlare di strascichi referendari, ma questo non può riguardare un giornalista di quel livello e semmai gli apparati di partito. Però c’è un’annotazione che va fatta: è passata appena una settimana dal voto sulla riforma Nordio e già si cambia copione. «Gli stessi che non hanno fermato Giorgia Meloni nella corsa verso il prevedibile schianto referendario» fa notare Mieli sulle pagine del Corriere oggi le suggeriscono di buttarsi nel burrone delle elezioni anticipate. «Avanti tutta», ieri. «Tornate al voto», oggi. Senza neppure il tempo di spiegare come si sia potuto ignorare un esito scritto.