Il buio della notte parmense squarciato all’improvviso. Un portone che cede, ombre incappucciate che scivolano all’interno della Villa dei Capolavori a Mamiano di Traversetolo, nel Parmense. Centottanta secondi appena. È il tempo che è bastato a una squadra di ladri per mettere a segno uno dei furti d’arte più sensazionali della storia recente. Tra domenica e lunedì scorso, le pareti della Fondazione Magnani-Rocca sono state spogliate di tre opere di valore inestimabile. I criminali sapevano esattamente cosa cercare, puntando dritti alla sala dei francesi al primo piano per strappare “Les Poissons”, un olio su tela di Renoir del 1917, la “Natura morta con ciliegie” di Cézanne del 1890 e la celebre “Odalisca sulla terrazza” realizzata da Matisse nel 1922. Hanno persino tentato di portare via un quarto dipinto, ma il suono degli allarmi e l’arrivo della sicurezza e dei carabinieri li hanno costretti ad abbandonarla nella fuga.
Una incursione così fulminea, pianificata con un’evidente suddivisione dei ruoli, racconta di un mondo dove nulla è lasciato al caso. In questo senso, a svelare a Libero le logiche spietate e invisibili di questo mercato sotterraneo è un importante collaboratore di giustizia della camorra. Le sue parole disegnano i contorni di un vero e proprio sistema su commissione, dove il furto è solo l’ultimo atto di una complessa messa in scena. «Una puntata del genere non la fanno né gli improvvisati né la manovalanza comune» spiega. «È roba da professionisti veri. Quando vedi una azione così pulita, così rapida, con gli obiettivi già scelti, devi capire una cosa: quelli non entrano per vedere che cosa trovano. Entrano perché sanno già che cosa devono prendere». E spesso le mafie ci mettono lo zampino.









