(di Rosa Benigno) C'erano piante locali miste a sostanze aromatiche importate dall'Africa o dall'Asia sui bruciaprofumi degli altari domestici di Pompei.

È quanto emerge dalle indagini scientifiche di un team di esperti internazionali che ha analizzato cosa venisse bruciato nei bracieri rituali romani rinvenuti nella città distrutta dal risveglio del Vesuvio.

Segno di quanto Pompei facesse parte di una rete commerciale globale di quasi 2mila anni fa.

L'eruzione avvenne il 79 dopo Cristo e fu una immane catastrofe per gli abitanti dell'epoca. Ma ha costituito una straordinaria occasione di studio per l'archeologia moderna, grazie alle eccezionali condizioni di conservazione del sito.

Tra i reperti preservati vi sono, infatti, anche le ceneri rimaste nei bruciaprofumi utilizzati dai pompeiani per le offerte a base di incenso alle divinità, che gli esperti delle Università di Zurigo, Monaco di Baviera, Bonn, Kiel e Dublino hanno analizzato in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, mediante una serie di tecniche di laboratorio all'avanguardia, concentrandosi sulle ceneri di due bruciaprofumi, provenienti da Pompei e da una villa di Boscoreale.