Al Victoria and Albert Museum ha appena aperto la prima mostra che il Regno Unito dedica a Elsa Schiaparelli. Comincia dagli anni Venti del Novecento e giunge sino all’odierna evoluzione della casa di moda nel segno della direzione creativa di Daniel Roseberry. Insegue suggestioni presenti e illuminanti nell’inesauribile immaginario del mondo Schiap. La parabola esistenziale di Elsa Schiaparelli è simile a un grandioso romanzo. Del resto, è sua l’affermazione: «una vita già tracciata non poteva essere di alcun interesse». Parole che ben si accordano con il leggendario scatto che il fotografo George Hoyningen - Huene realizzò nel 1932 per «Vogue». Elsa Schiaparelli vi appare assorta. Emerge seria da un boa di piume.

La visionarietà pirotecnica è una cifra costante di Schiaparelli. Dagli inizi e sino alla fine. Lei che da bimbetta curiosa era innamorata delle begonie rosa acceso che sporgevano sopra il suo passeggino, da adulta resta devota alla sorpresa, al colore, al mascheramento, al prodigio. Da giovanissima ammiratrice di Paul Poiret che definisce «il Leonardo della moda», quando intraprende la propria carriera di creatrice sperimenta, inventa, prova. Insomma, esplora. Dalla zip, della quale ognuno sa, alle tecniche della tradizione armena per il lavoro a maglia, ai nuovissimi tessuti artificiali come il rayon, l’acetato di cellulosa, il Rodophane «tessuto a vetro», il jersey di seta sintetica. In questo piano di lavoro non è certo per caso che Elsa salva dalla chiusura la leggendaria Maison di ricamatori Lesage. I ricami per lei sono un asset strategico. Ne impiega di ogni tipo immaginabile: tridimensionali, materici, di passamaneria dorata, di cristalli, di coralli, di turchesi, di vetro soffiato di Murano… Schiap è talento frenetico, ardente: «lavoro come una furia e rapidamente», non esita a dire, «posso passare dalla disperazione alla delizia paradisiaca». Sensibile e ricettiva com’è, quando apre un suo salon a Londra si fa influenzare da Savile Row. Conduce ricerche su tessuti scozzesi e sul tweed. Passeggiando per le strade osserva la gente: «la semplicità e l’inventiva della classe proletaria sono una fonte di ispirazione, perché sono frutto della necessità e della praticità». Un viaggio in Danimarca le suggerisce di rifarsi agli ingegnosi cappelli di carta adoperati dalle pescivendole. Occhio pronto e mente vulcanica, Elsa propone e dispone. Abiti che riprendono la linea dei paracadute, guanti con fiammiferi incorporati, sari e cheongsam. Le sue clienti sono dame del bel mondo e vedette dello spettacolo che accorrono vegliate dalla discreta mascotte della maison, il manichino di legno Pascal. Dalì, rapito, annota che nel salon di Schiap si verificano «nuovi fenomeni morfologici» e l’essenza delle cose viene «transubstanziata». All’apice del successo Schiap ha seicento dipendenti, vende diecimila capi all’anno. Alcuni arrivano a costare sino a cinquemila dollari.