Viene da citare Bob Dylan, parlando di David Riondino: «Io contengo moltitudini», cantava il Bardo di Duluth. E moltitudini ne conteneva anche Riondino, cantautore, attore, regista, scrittore, «giullare» - come si autodefiniva lui - raffinato e libero. In pochi hanno saputo contaminare tra loro musica, poesia e comicità nella cultura italiana degli ultimi cinquant'anni come ha fatto lui, mischiando alto e basso. Un'abilità, quella di saper mescolare i linguaggi, testimoniata dal parterre di amici e colleghi che ieri, quando è stata diffusa la notizia della scomparsa dell'artista, morto all'età di 73 anni nella sua casa romana, dopo aver lottato negli ultimi anni contro una grave malattia, hanno voluto omaggiarlo e ricordarlo: si va da Stefano Bollani (insieme condussero su Radio 3 dal 2006 al 2012 Il Dottor Djembè: «Una delle menti più brillanti di sempre. Creativo all'ennesima potenza») a Jerry Calà, che in un'indimenticabile scena di Vacanze di Natale (1983) cantò la sua Maracaibo («Quella canzone ha cambiato la mia vita. Te ne sarò per sempre riconoscente»).

Già, Maracaibo. Era il 1981 quando Lu Colombo, vero nome Maria Luisa Colombo, conquistò le classifiche estive con quel tormentone, che portava la firma di David Riondino. Prima di scrivere quella hit Riondino, nato a Firenze nel 1952, aveva fondato nel capoluogo toscano alla fine degli Anni '70 il collettivo Victor Jara, chiamato così in onore del cantautore cileno assassinato nel 1973, sostenitore del presidente Allende. Sempre in quegli anni, affrontava a braccio gare poetiche con Roberto Benigni e Francesco Guccini. Poi tra il 1978 e il 1979 aveva aperto i concerti del tour di Fabrizio De André con la PFM. Altri avrebbero disconosciuto quel tormentone, col tempo. Non lui, che quando in un'intervista a Repubblica lo scorso anno Lu Colombo definì Maracaibo «un figlio» rispose alla musicista rivendicando la paternità del brano. Il fatto è che i ritmi caraibici di Maracaibo nascondevano una storia cupa di spionaggio, amori proibiti, traffico d'armi.