Quando Ruth Orkin arriva in Italia nel 1951, ha ventinove anni e una discreta esperienza. Uno stuolo di divinità è sceso dall’olimpo di Hollywood per posare davanti al suo obiettivo con una spontaneità inedita, tutta mortale. Proprio davanti a lei, che da bambina collezionava i loro autografi: Marlon Brando è l’imperatore statuario che gioca a scacchi con le sorti di Roma, Alfred Hitchcock si compiace sul divano per chissà quale delitto; Orson Welles con cappello di piume fantastica sul profilo di una donna; Lauren Bacall sistema un orecchino con eleganza distratta.

Ruth arriva da Israele, ha appena concluso un servizio per Life; Ninalee Allen Craig, invece, viene da New York, ha finito gli studi e gira l’Europa come si attraversa l’estate della vita. A Firenze la pittrice si ferma più a lungo, e lì incontra Ruth: due giovani spiriti affini, due americane nella stessa città antica. Quei giorni spensierati diventano Don’t Be Afraid to Travel Alone, il servizio fotografico a corredo dell’articolo di Cosmopolitan firmato da Emily Jay: consigli pratici per ragazze in viaggio – risparmiare, schivare le avances, tornare a casa sane e salve. Tra quegli scatti c’è l’immagine più celebre della carriera di Ruth Orkin: American Girl in Italy è Ninalee “Jinx”, la Beatrice dantesca a stelle e strisce che attraversa un girone di (galant)uomini, il coraggio come abito leggero, il quaderno dei disegni come scudo. Fischi, sguardi, sorrisi; e quella mano sul cavallo dei pantaloni, che per anni sparirà dalle riproduzioni. Potrebbe essere un manifesto della violenza di genere ma la versione di Jinx è molto diversa: nessuna molestia, racconta, solo un gioco ben orchestrato in cui lei è protagonista. Ruth dirigeva quel set improvvisato e itinerante tra statue, vetrine, vigili urbani, lambrette; un po’ Vacanze romane, molto cliché all’italiana.