VENEZIA - «La resilienza da sola non basta. Serve una cornice di politiche coerente e orientata al futuro». Tradotto: una politica industriale «vera» da parte dell'Europa. Un reale investimento nella formazione tecnica da parte del Governo. Un'impresa pensata come asse dell'attività amministrativa da parte della Regione. Sono le richieste di Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto, alle Istituzioni. Alla luce del rapporto previsionale del Centro Studi di Confindustria dal titolo poco rassicurante "Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita".

Sono tre gli scenari prospettati dal Csc. Quello ottimistico, guerra in Iran conclusa entro marzo: in questo caso, il prodotto interno lordo italiano crescerà appena dello 0,5% nel 2026. Il conflitto si prolunga: stagnazione a giugno. La guerra dura fino a fine anno: recessione. «Noi stiamo vivendo, in tempo reale, il passaggio tra questi scenari», afferma Boscaini. «Per il Veneto spiega questo non è un problema astratto».

La regione esporta per oltre 70 miliardi di euro l'anno. Ed è una delle più importanti aree manifatturiere d'Italia. Va da sé, che ogni punto di rallentamento del commercio mondiale si traduca in ordini cancellati, margini compressi, investimenti rinviati. Le esportazioni venete non hanno brillato nell'anno appena concluso: l'export complessivo ha visto una flessione dello 0,2% - contro una crescita italiana del 3,3% - e con un calo del 6,4% verso gli Stati Uniti, principale mercato extra-europeo. I settori più colpiti: occhialeria bellunese (-40% verso gli Usa), macchinari, metalli, vino veronese. «Eccellenze identitarie che oggi pagano la guerra tariffaria e l'incertezza normativa americana in bilico tra i diktat del presidente Trump e la sentenza della Corte Suprema del 20 febbraio prosegue. Il Csc, a questo proposito, stima perdite per l'export italiano fino a 16 miliardi di euro».