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Frigerio ricostruisce la vicenda della regina della Belle Époque

Misia Sert non scrisse mai le sue memorie e sì che ne avrebbe avute di cose da raccontare. Era stata la regina della Parigi della Belle Époque e poi ancora di quella dei folli anni Venti e, sia pure con qualche umiliazione e facendo finta di porgere la corona a chi se l'era già presa con la forza, ancora negli anni Trenta aveva continuato a brillare, anche se l'età, era entrata nella sessantina, e il clima cultural-politico, una capitale e una nazione sempre più ideologiche e sempre meno inclini a divertirsi e a stupirsi, le avevano fatto capire che il suo mondo non sarebbe più tornato.

No, non scriveva Misia Sert, perché si annoiava e, del resto, suggerì acidamente Coco Chanel, che fu una sua scoperta e una amica-nemica sino alla morte, non aveva mai letto un libro in vita sua e non leggeva nemmeno le poche lettere che scriveva. In compenso ne riceveva molte ed era sempre presente, fra le righe oppure in maniera esplicita, nella corrispondenza, nella conversazione, nella memoria scritta e parlata di chi in quell'arco di tempo che va dalla fine del XIX secolo alla fine della Grande guerra aveva lasciato la sua impronta. L'elenco era lungo, da Renoir a Toulouse-Lautrec, da Mallarmé a Proust, da Diaghilev a Colette, a Picasso. Quel nome, amato e odiato, evocato e maledetto, celebrato e svergognato, c'era sempre e comunque. D'altra parte, se c'era qualcuna senza vergogna, quella era Misia Sert.